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Isabel Allende - Sito ufficiale italiano: Paula: scrivere per uscire dal tunnel

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Paula: scrivere per uscire dal tunnel

Nel dicembre 1991 mia figlia Paula, che soffriva di una rara anomalia genetica chiamata Porfiria, entrò in coma in Spagna. Una negligenza nel reparto di terapia intensiva le provocò gravi danni cerebrali, e lei sprofondò in uno stato vegetativo. La riportammo a casa in California e l’assistemmo finché, un anno dopo, non mi morì tra le braccia. La lunga agonia di Paula fu una dura prova per la nostra famiglia. E andò di male in peggio quando pochi mesi più tardi Jennifer, la figlia di William, morì di overdose. Dicono che non esista un dolore grande come la perdita di un figlio... Il lutto non avvicinò me e William. Siamo entrambi tipi forti e ostinati, e immagino che non potessimo ammettere di avere il cuore a pezzi. Ci vollero molto tempo e molta terapia perché diventassimo capaci di abbracciarci e di piangere insieme.
Dopo la morte di Paula, lo scrivere era l’unica cosa che mi permetteva di non impazzire. Il dolore fu un lungo viaggio nelle viscere della terra, fu come camminare da soli in un tunnel buio. Scrivere era il mio modo per uscire dal tunnel. Ogni mattina mi trascinavo giù dal letto e andavo nel mio studio, accendevo una candela davanti alla fotografia di Paula, accendevo il computer e cominciavo a piangere. Spesso il tormento era intollerabile e fissavo per ore lo schermo, incapace di scrivere una sola parola. Altre volte le frasi fluivano, come se Paula me le stesse dettando dall’Aldilà. Un anno dopo mi ritrovai alla fine del tunnel, riuscii a vedere la luce e scoprii stupita che avevo scritto un altro libro e che non pregavo più di morire, ma volevo vivere.
Il mio libro “Paula” è un ricordo, la tragica storia della morte prematura di una giovane donna, ma è soprattutto una celebrazione di vita. In quelle pagine si intrecciano due storie: quella di mia figlia Paula e quella del mio destino avventuroso. La sua lunga agonia mi aveva offerto una rara opportunità di riconsiderare il mio passato. Per un anno la mia vita si era fermata completamente, non c’era nulla da fare, solo aspettare e ricordare. Piano piano avevo imparato a vedere le trame della mia esistenza e ero posta le domande fondamentali: che cosa c’è sull’altro versante della vita? Ci sono solo tenebra, silenzio e solitudine? Che cosa rimane quando non ci sono più desideri, ricordi o speranza?
Dopo aver terminato quelle memorie, non fui in grado, per quasi tre anni, di scrivere fiction. Pensavo che il mio pozzo di storie e il mio bisogno di raccontarle si fossero inariditi per sempre. Poi mi ricordai di essere una giornalista, per formazione, e di essere in grado di scrivere qualunque cosa, purché mi venissero dati un argomento e il tempo necessario per sviscerarlo. Anche se, ecco, non so scrivere di politica o di sport...! Mi assegnai un tema il più lontano possibile da quello del dolore e finii per scrivere “Afrodita”, una divagazione sulla lussuria e la ghiottoneria, gli unici peccati capitali che valgano il disturbo.
Le ricerche per quel libro, condotte soprattutto nei pornoshop del quartiere gay di San Francisco, mi tirarono fuori dalla depressione e mi riavvicinarono al mio corpo. Il primo sintomo fu un sogno erotico. Sognai di aver messo Antonio Banderas nudo su una tortilla messicana, di averlo spalmato abbondantemente di guacamole e salsa, di averlo arrotolato e mangiato... La terapia basata sullo scrivere di cibo e amore funzionò e poco dopo aver pubblicato “Afrodita” cominciai a scrivere un romanzo sulla corsa all’oro in California, intitolato “La figlia della fortuna”. È la storia di Eliza Sommers, un’orfana, allevata da una famiglia inglese a Valparaíso, città portuale cilena, a metà del diciannovesimo secolo. A sedici anni, seguendo il suo innamorato, Eliza va in California per la corsa all’ora. Credevo di scrivere una storia d’amore, ma in realtà questo romanzo parla di libertà, un tema ricorrente nella mia vita. Come Eliza Sommers, io sono stata molto presto determinata nel cercare la mia strada. Questo ha fatto di me una femminista in un periodo e in un luogo in cui il femminismo era l’equivalente della possessione satanica.
Quel romanzo fu seguito da “Ritratto in seppia”, anch’esso un romanzo storico, questa volta ambientato in Cile nella seconda metà del diciannovesimo secolo. È la storia di Aurelia del Valle, nipote di Eliza Sommers. Sebbene il libro non sia un seguito, perché può essere letto indipendentemente, riprende diversi personaggi da “La figlia della fortuna” e alcuni dal mio primo romanzo, “La casa degli spiriti” Questi tre libri possono essere considerati una trilogia. Aurora del Valle soffre di un trauma infantile molto precoce e congela il suo passato: non riesce a ricordare quegli anni. Il suo intento è quello di chiarire i misteri della sua vita e i segreti di famiglia. “Ritratto in seppia” è un romanzo sulla memoria. Anche questo tema, come quello della libertà, è particolarmente importante nella mia vita. Ho sempre continuato a viaggiare e non appartengo a nessun posto. Le mie radici sono nella mia memoria. Ogni libro è un viaggio nel passato, nell’anima, e nella memoria.
Un romanzo storico è un impegno affascinante. Mentre scrivevo i tre racconti di questa trilogia sono entrata in una macchina del tempo e sono tornata al 1848 e poi andata avanti fino al 1973: un arco di oltre cento anni. Riuscite a immaginare le ricerche necessarie per un lavoro del genere?
Nel 2001 ho scritto un romanzo per ragazzi e giovani adulti: “La città delle bestie”. È stato così divertente! Si tratta della storia di un quindicenne americano, Alexander Cold, che compie un viaggio in Amazzonia, dove incontra una strana ragazza, Nadia Santos. Insieme fanno l’esperienza di un’avventura magica tra gli indios dell’Età della Pietra. Spero di scrivere altri romanzi con gli stessi protagonisti, l’idea di una serie mi tenta davvero.
Tutta la narrativa è, alla fin fine, autobiografica. Io scrivo di amore e violenza, di morte e redenzione, di donne forti e padri assenti, di sopravvivenza. La maggioranza dei miei personaggi è costituita da outsider, da gente che non è protetta dalla società, che è lontana dalle convenzioni, è irriverente, provocatoria.

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