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FAQ: risposte alle domande più frequenti

Ricevo innumerevoli lettere, a proposito del mio lavoro, da studenti, professori e giornalisti. È praticamente impossibile rispondere a tutte. Spero che questa sezione possa essere d’aiuto.

Ci sono altri generi letterari che è interessata a esplorare, o crede che continuerà a scrivere narrativa?
In gioventù ho scritto commedie teatrali ed è stato bello; mi piace lavorare in squadra. Ho anche provato a scrivere storie per ragazzi, quando i miei figli erano piccoli; raccontavo loro storie ogni sera, era un allenamento meraviglioso, che ho mantenuto. Nel 2001 ho scritto un romanzo per ragazzi, intitolato “La città delle Bestie”. Per anni ho scritto testi umoristici e penso che sia questo il genere più difficile. Non mi sono mai cimentata nella poesia e non penso proprio che lo farò in futuro.

Scrive in spagnolo?
Per la narrativa posso usare solo lo spagnolo, perché si tratta di un processo molto naturale, che posso compiere solo nella mia lingua madre. Per fortuna ho ottimi traduttori in tutto il mondo.

Lavora a stretto contatto con il traduttore? Ho notato che Margaret Sayers Peden ha tradotto in inglese diversi suoi libri.
Margaret e io siamo sempre in contatto. Credo che io e lei abbiamo un legame psichico. Fa uno splendido lavoro. Non mi sogno davvero di correggerla! Non conosco, però, la maggior parte dei traduttori in altre lingue, non so chi siano. Se ne occupano le case editrici.

Può sviluppare il concetto della scrittura narrativa, dell’idea di raccontare una verità, di raccontare bugie, di svelare un qualche tipo di realtà, e di come queste idee possano coesistere e cooperare oppure confliggere?
La prima bugia della narrativa sta nel fatto che l’autore porta un po’ d’ordine nel caos della vita: un ordine cronologico o qualunque altro ordine abbia scelto. Come scrittore, selezioni una parte del tutto: tu decidi che quelle cose sono importanti e il resto non lo è. E scriverai di quelle cose dalla tua prospettiva. La vita non funziona così. Tutto accade in contemporanea, in modo caotico, e tu non operi scelte. Non sei tu il capo: la vita è il capo. Così quando tu accetti come scrittore l’idea che la narrativa è menzognera, allora diventi libero; puoi fare qualunque cosa. E poi cominci a camminare in tondo. Più largo è il cerchio, più verità raggiungi. Più è vasto l’orizzonte, più cammini, più indugi in ogni cosa, più possibilità hai di trovare particelle di verità.

Da dove trae l’ispirazione?
Sono una buona ascoltatrice e una cacciatrice di storie. Ognuno possiede una storia e tutte le storie sono interessanti se raccontate con il tono giusto. Leggo i giornali e spesso piccole notizie nascoste mi ispirano un intero romanzo.

Come funziona l’ispirazione?
Passo dieci, dodici ore al giorno chiusa in una stanza a scrivere. Non parlo con nessuno; non rispondo al telefono. Sono solo una medium o lo strumento di qualcosa che sta accadendo al di là di me, voci che parlano tramite me. Sto creando un mondo di fantasia ma che non mi appartiene. Non sono Dio; sono solo uno strumento. E in quel lungo e pazientissimo esercizio giornaliero di scrittura ho scoperto molte cose riguardo me stessa e riguardo alla vita. Ho imparato. Non sono conscia di quello che scrivo. È un processo strano; è come se attraverso questa finzione bugiarda io scoprissi piccole cose vere sul mio conto, sulla vita, sulla gente, su come va il mondo.

Ci può parlare dei personaggi?
Quando creo un personaggio di solito io cerco qualcuno che possa fare da modello. Se ho in mente quella persona precisa mi è più facile creare personaggi che siano credibili. La gente è complessa e complicata, raramente mette in mostra tutti gli aspetti del proprio carattere, e anche i personaggi dovrebbero essere così. Io permetto ai personaggi di vivere, nel libro, di vita propria. A volte ho la sensazione di non controllarli. La storia viaggia in direzioni inaspettate e il mio compito è quello di scriverla, non di farla rientrare a forza nell’idea originaria.

Scrive al computer?
Prendo continuamente appunti. In borsa ho un quadernetto e quando vedo o sento qualcosa di interessante, prendo nota. Raccolgo ritagli di giornale e notizie televisive. Scrivo le storie che la gente mi racconta. Quando inizio un libro tiro fuori tutti questi appunti perché sono essi a ispirarmi. Scrivo direttamente al computer senza fare prima una scaletta, seguendo l’istinto. Quando la storia è stata raccontata sullo schermo, la stampo per la prima volta e la leggo, e allora so di cosa parla il libro. Il secondo dattiloscritto si occupa del linguaggio, della tensione, del tono e del ritmo.

Quale è una buona fine per una storia?
Non lo so. Un racconto breve è diverso da un romanzo. Un racconto breve è un tutt’uno; la fine giusta è una sola. Tutte le altre non lo sono. E tu lo sai; lo senti. Se non riesci a trovare quella fine, allora ti manca la storia, è inutile lavorarci ancora. Per me un racconto breve è come una freccia; deve avere la giusta direzione fin dall’inizio e devi sapere esattamente a cosa stai mirando. Con un romanzo non lo sai mai. È un lavoro paziente e quotidiano, è come ricamare un arazzo con molti colori. Procedi lentamente; hai in mente uno schema. Ma all’improvviso lo giri e scopri che è qualcosa d’altro. L’esperienza è affascinante, perché ha una vita propria. Nei racconti brevi tu hai tutto sotto controllo, tuttavia ci sono pochissimi racconti brevi buoni. E ci sono molti romanzi memorabili. In un storia breve è più importante come racconti che quel che racconti; la forma è molto importante. In un romanzo puoi fare degli errori e ben poche persone se ne accorgeranno. Il lieto fine di solito non fa per me. Io amo le fini aperte. Ho fiducia nell’immaginazione del lettore.

Quali sono gli scrittori che più l’hanno influenzata?
Appartengo alla prima generazione di scrittori americani cresciuti leggendo altri scrittori latinoamericani. Nell’epoca precedente la mia le opere dei nostri scrittori non venivano ben distribuite nel continente. In Cile, dunque, era molto difficile poter leggere scrittori latinoamericani. A influenzarmi sono stati soprattutto i grandi scrittori del boom letterario latinoamericano. E anche i romanzieri russi e inglesi, e i libri per giovani che ho letto da bambina. Da questi libri ho ereditato il senso della trama e dei personaggi forti. Ho scoperto la fantasia e l’erotismo con “Le mille e una notte”. Le autrici femministe che ho letto nei primi anni Settanta sono state essenziali nella mia vita e nel mio lavoro. Spesso sono molto influenzata dal cinema.

Che cosa accade quando inizia un romanzo?
Quando comincio sono in un limbo assoluto. Non ho idea di dove stia andando la storia, o di cosa stia per accadere, o del perché io stia scrivendo. So solo che sono connessa alla storia, in un modo che al momento non sono in grado di comprendere. Io ho scelto quella storia perché è stata importante per me nel passato, o lo sarà nel futuro.

Fa molto lavoro di editing?
Sì per quel che riguarda il linguaggio e la tensione, ma non per quel che riguarda  la trama. La storia o i personaggi hanno una vita propria. Non li posso tenere sotto controllo. I vorrei che i protagonisti fossero felici, si sposassero, avessero un sacco di bambini e vivessero contenti per sempre, ma non va mai così. Come ho detto prima, il lieto fine per me non funziona.

Può parlarci degli elementi terapeutici della scrittura e in particolare del suo libro “Paula”? Penso che scrivere “Paula” sia stato molto difficile e doloroso.
Mentre stavo scrivendo “Paula”, capitava che la mia assistente arrivasse in ufficio e mi trovasse in lacrime. Mi abbracciava e diceva “Non devi scriverlo, questo”. E io rispondevo, “Piango perché sto guarendo. La scrittura è il mio modo di elaborare il lutto”. Quel libro fu scritto tra le lacrime, ma furono lacrime molto terapeutiche. Quando fu terminato, sentii che mia figlia era viva nel mio cuore, che il suo ricordo era perpetuato. Quel che viene scritto verrà ricordato. Io non riesco a ricordare dettagli, nomi e luoghi, ed è per questo che io ogni giorno scrivo una lettera a mia madre. Quando raccontai di Paula e della nostra vita insieme, registrai tutto per l’eternità. Non dimenticherò mai. Questa è la vita dello spirito.

Quando ho letto “Paula”, sono stato colpito da quanta intimità rivelasse. La gente di solito non parla di quel tipo di dolore. La sua esperienza di morte, malattia e tragedia è stato un dono, per molte persone.
Mi sento legata a quelle persone che hanno scritto. Il dolore è universale. Noi tutti sperimentiamo nello stesso modo il dolore, la perdita e  la morte. Ricevo lettere da medici che sentono che non riusciranno mai più a vedere i loro pazienti nello stesso modo in cui li vedevano prima di aver letto il libro, e di giovani che si identificano con Paula e pensano per la prima volta al loro essere mortali. Molte delle lettere sono di giovani donne che non hanno mai subito una vera perdita, ma sentono di non avere un senso della famiglia o il sostegno della comunità, si sentono molto sole. Vogliono un legame con un uomo simile al legame che Paula aveva con il marito. Ricevo lettere da madri che hanno perduto figli e pensano che moriranno di dolore. Ma non si muore. È il più antico dolore femminile. Tutte le madri per millenni hanno perduto figli. Solo un ristretto numero di privilegiate può aspettarsi che tutti i figli sopravvivano.

Molti critici hanno recensito “Paula” come il migliore dei suoi libri. Lei direbbe che lo scrivere di Paula l’ha coinvolta più in profondo di tutte le altre volte?
Sì, tutto il resto è stato solo una prova. E quando finii quel libro mi parve molto difficile scrivere ancora. Cosa potevo raccontare che fosse significativo per me quanto lo era stato “Paula”? Tuttavia, dopo tre anni di blocco dello scrittore riuscii a ripartire: con “Afrodita”, “La figlia della fortuna”, “Ritratto in seppia”, “La città delle Bestie”...

Pensa di essere lei a scegliere che cosa scrivere, o è la scrittura a scegliere lei?
Penso che siano le storie a scegliere me.

Quindi lei è innanzitutto una narratrice di storie e solo in secondo tempo diventa una scrittrice?
Sì. Il raccontare la storia è la parte divertente; la scrittura può essere una gran fatica!

Il suo bagaglio tecnico di giornalista l’aiuta?
Io lavoro con le emozioni; il linguaggio è l’attrezzo, lo strumento. La storia riguarda sempre qualche emozione profonda, importante per me. Quando scrivo, cerco di usare la prosa in modo efficace, nel modo dei giornalisti – che hanno poco spazio e poco tempo e debbono acchiappare per il collo il lettore e non lasciarlo scappare. Questo è quello che provo a fare con il linguaggio: creo tensione. Del giornalismo utilizzo anche altri elementi pratici, come l’indagine, la conduzione delle interviste, la capacità di osservare e di parlare con la gente per strada. Tutto questo mi è utile, come scrittrice.

Quando lei parla di aprirsi all’esperienza, parla dell’apertura verso un mondo magico? Davvero gli spiriti arrivano e le suggeriscono parole o immagini o scene?
Sì. In un certo senso. Naturalmente c’è anche un processo intellettuale. Ma nel raccontare storie c’è un lato magico. Tu entri in un altro mondo. La storia si completa quando entri nella storia collettiva, quando le storie delle altre persone diventano parte della scrittura, e tu sai che quella non è solo la tua storia. Io ho la sensazione di non inventare nulla. Mi pare di scoprire in qualche modo cose che esistono in un’altra dimensione. Mi pare che loro siano già lì e il mio compito sia quello di trovarle e portarle nella pagina. Ma non le invento. E in questi anni in cui ho scritto, nella mia vita e nel mio lavoro sono successe cose che mi hanno provato come tutto sia possibile, io sono aperta a qualunque mistero. Quando passi troppe ore al giorno in silenzio e da sola – così tante e tante ore come me – sei in grado di vedere quel mondo. Immagino che quelle persone che pregano o meditano a lungo, o semplicemente stanno da sole in un convento o altrove, finiscano con il sentire voci e avere visioni perché la solitudine e il silenzio creano un terreno adatto. A volte scrivo qualcosa, e sono praticamente certa che si tratti di frutto della mia immaginazione. Mesi o anni dopo scopro che era vero. E sono sempre preoccupata quando succedono queste cose... “Che cosa è questo? E se le cose succedono perché le ho scritte? Devo stare molto attenta a usare le parole”. Ma mia madre dice “No. Le cose non succedono perché tu le scrivi. Non hai questo potere. Non essere così arrogante. Quel che capita è che tu sei in grado di vederle e le altre persone no perché loro non hanno tempo, sono troppo presi dal rumore del mondo”. Mia nonna era una chiaroveggente. E sebbene non scrivesse, era in grado di indovinare le cose e di entrare in eventi e sensazioni sconosciute. Era consapevole. Io immagino sia solo una faccenda di maggior consapevolezza.

Il suo patrigno l’ha definita una mitomane.
Sì. Lui dice che io sono una bugiarda. Quando scrivevo “Paula” ero per la prima volte alle prese con una biografia. In una biografia ci si aspetta che uno dica la verità. Ilò mio patrigno e mia madre sollevavano obiezioni a ogni pagina perché dalla mia prospettiva il mondo della mia infanzia, della mia vita, è completamente diverso da quello che appare a loro. Io vedo particolari, emozioni, e una rete invisibile – fili che in qualche modo connettono queste cose. È un’altra forma di verità.

Joyce Carol Oates parla di una memoria luminosa, come se questa arrivasse e brillasse su un punto preciso. Penso alla differenza tra quel che lei ricorda della sua infanzia – l’essere appesa a testa ingiù in un congegno studiato per incoraggiare la sua crescita – e quello che suo padre ricorda come una specie di strumento di sicurezza. Forse lei ricorda semplicemente quel che provava: mentre era in un congegno di sicurezza si sentiva presa per il collo.
Esattamente. C’è molto di questo nella mia scrittura. Per esempio io mi ricorderò una storia ma non riesco a ricordare un luogo o una data o una persona o un nome. Ma ricordo quel che c’è di singolare in una storia.

Mentre alcune persone riusciranno a ricordare la data o quel che indossavano.
O ricordano solo i fatti. Io forse ricorderò solo quel che ho fantasticato a proposito dell’evento. La mia verità personale...

Ma alla fine, come in “Eva Luna”, prima lei dice una cosa e poi dice...
“Forse non è andata così”. Ho sempre la sensazione che possa non essere andata così. Ho cinquanta versioni del primo incontro con Willie, mio marito. Lui dice che sono tutte vere.

Nei suoi primi romanzi, nel caos politico dell’America latina, il governo è inaffidabile, incoerente – c’è questa sensazione kafkiana che, indipendentemente da quel che fai, non riuscirai a capire il governo. Il mondo è mutevole, insicuro. Vede il mondo dello spirito come un posto più affidabile? È nel mondo dello spirito che il piano infinito mostra un senso, mentre non lo mostra in quello reale?
È una domanda difficile. Il mondo spirituale è un luogo in cui non esistono bene e male. Non è un mondo in bianco e nero, come sembra che sia il mondo reale. Non ci sono regole rigide, di nessun tipo. In questo senso è completamente diverso dal piano infinito – che è uno scherzo – proposto dal predicatore nel mio romanzo “Il Piano infinito” Nel mondo spirituale esiste solo l’intenzione, solo l’essere. E non c’è alcun senso del giusto o sbagliato. Ogni cosa semplicemente “è”, in modo molto costante e tranquillo. E poiché le cose in quel senso sono molto ambigue, così diafane e così indistinte, il luogo è sicuro. Non devi decidere nulla. Le cose ci sono e tu in un certo senso ci galleggi o – non so come dirlo – semplicemente sei lì dentro. In una forma molto, molto delicata. Per me è un posto sicuro. Quello è il posto da cui vengono le storie. Quello è il posto dell’amore. Questo sembra molto banale: la mia vita è stata determinata da due elementi che sono stati estremamente importanti: l’amore e la violenza. Ci sono il dolore, la sofferenza e la morte, ma c’è anche una dimensione parallela, che è l’amore. Esistono molte forme d’amore, ma il tipo d’amore di cui sto parlando è quello incondizionato. Per esempio è il modo in cui amiamo un albero. Non ci aspettiamo dall’albero che si muova, o che faccia qualcosa o che sia bello. L’albero è solo un albero, e noi amiamo l’albero perché è un albero. In quel modo si ama un animale. Si amano i bambini. Come le relazioni diventano più complicate, tu cominci a chiedere di più. Vuoi qualcosa in cambio del tuo amore. Hai aspettative e desideri e vuoi essere amato tanto quanto ami.
In questo mondo spirituale, che è il mondo dell’amore, non ci sono condizioni. Nello stesso modo io amo i miei nipoti. Io penso che loro siano perfetti. Non importa se crescono o rimangono come erano perché io riesco a vederli come i bebé che erano da appena nati, come le persone che diventeranno da adolescenti o da adulti. L’anima non ha età. Forse è quello che intendevo dire. Quando amiamo qualcosa profondamente e completamente, ne amiamo l’essenza.

Io penso che lei stia parlando di trascendenza, della capacità di muoversi al di là e al di sopra del mondo reale per arrivare a una comprensione trascendente di sensazioni ed emozioni. Lei direbbe che i suoi romanzi sono definiti da questa caratteristica più che da qualunque altra?
È strano che il mio lavoro sia stato catalogato come “realismo magico”, perché io vedo i miei romanzi solo come letteratura realistica. Dicono che se Kafka fosse nato in Messico sarebbe stato uno scrittore realista. Molto dipende da dove sei nato.

Irene e Francisco in “D’amore e ombra” devono essere completamente ricostruiti alla fine del romanzo. Entrano in auto e si guardano, chiedendosi chi sia l’altro. Non si riconoscono fisicamente, ma riconoscono l’uno l’anima dell’altro. Questa è un’asserzione importante, che il romanzo rende in modo molto realistico.
Per il romanzo “D’amore e ombra” sono stata accusata di essere sentimentale e troppo politica. Ma io ho in simpatia quel libro. Prima di tutto, perché la storia è vera. Il racconto principale verte su un crimine politico commesso in Cile, e su cui avevo indagato. I personaggi sono realmente esistiti. E poi perché ha portato Willie nella mia vita. Willie lesse quel libro, se ne innamorò, e alla fine si innamorò di me. E in ultimo l’ho simpatia perché ha portato nella mia vita la consapevolezza del potere della parola scritta: di come puoi entrare in quel mondo di cui stiamo parlando e scoprire cose che sarebbe stato impossibile conoscere senza quel legame con il sapere collettivo che ci viene attraverso la scrittura.

Una volta lei ha detto di aver avuto difficoltà a descrivere scene erotiche, perché era cresciuta in un ambiente così represso. Se consideriamo il far l’amore di Francisco e Irene – che è estremamente metaforico, molto bello e lieve – sembra onesto dire che lei ha perso il suo retaggio repressivo, che ha sviluppato la capacità di scrivere in modo sensuale. È un fatto intenzionale?
No, credo abbia a che fare con il libro. Ogni libro ha un suo modo di essere scritto. Ogni storia ha il suo modo di essere raccontata. La storia determina il tono con il quale dobbiamo raccontare le cose. Francisco e Irene sono due persone molto giovani che all’inizio provano desiderio l’uno per l’altro e poi si innamorano. Nel momento in cui finiscono a letto, si amano già veramente. E per la prima volta nella loro vita sono stati toccati dalla brutalità della morte, della tortura, della repressione e della violenza. Far l’amore li riporta dall’inferno alla vita, al paradiso dell’amore. Più tardi saranno stritolati dagli eventi. La scena è raccontata così perché, anche senza che ne fossi molto consapevole, è come il mito di Euridice: Orfeo scende negli inferi per riportare in vita la sua amata.

Nel corso di una conferenza ha detto che non avrebbe più scritto racconti brevi. È fermamente determinata a non tornare a quel genere?
Non lo so. Non dovrei mai annunciare che non farò mai più una cosa. I racconti brevi ti arrivano in un sol colpo. Un romanzo è lavoro – lavoro, lavoro, lavoro – e poi un giorno finisce; è fatto. Ma un racconto breve è qualcosa come prendersi l’influenza. Il racconto richiede ispirazione. All’improvviso hai un lampo di lucidità che ti permette di vedere un evento da un’altra angolazione, completamente inattesa. E questo non lo puoi causare tu. Ti capita. Vai in un posto, vedi della gente che balla, e tutto a un tratto comprendi le relazioni che ci sono tra quelle persone, o ti par di captare nella stanza qualcosa che nessun altro riesce a vedere. Ed allora hai un racconto breve.

Ci parli di “Eva Luna racconta”.
I racconti sono stati scritti attraverso la voce della protagonista del mio precedente romanzo: Eva Luna. Tranne l’ultimo, che è la storia del ritrovamento in mezzo al fango di una bimbetta, da parte di Rolf Carle che aiuta la piccola a morire – questo non è scritto dal punto di vista di Eva Luna. È scritto dal punto di vista di lui. Il fatto è accaduto veramente, in Colombia nel 1985. Ci fu l’eruzione del vulcano Nevado Ruiz, e una frana di fango seppellì completamente un villaggio. Morirono migliaia di persone. La maggior parte dei corpi non fu ritrovata, e alla fine l’intera area fu dichiarata cimitero, terra sacra. Tra le molte vittime c’era una bambina di nove anni, Omaira Sanchez. Questa bimba – che aveva capelli scuri ricci molto corti e grandi occhi neri – agonizzò per quattro giorni, intrappolata nel fango. Le autorità non furono in grado di trasportare una pompa per salvarle la vita, per quanto i mezzi d’informazione fossero capaci di portare telecamere su elicotteri, aeroplani, pullman. Per quattro giorni i telespettatori, in tutto il mondo, poterono vedere l’agonia della bambina.

Lei scrive in spagnolo ma vive “in inglese” negli Stati Uniti. Sono colpito dalla sua bravura nel prendere qualcosa che la maggior parte del mondo vede come uno svantaggio e farla diventare un vantaggio. I più pensano che il vivere in una seconda lingua significhi essere emarginati.
Ma questo è fantastico! Chi vuol far parte della massa? L’altro giorno ho sentito una cosa meravigliosa in televisione, a proposito dei problemi che questo Paese si troverà ad affrontare nei prossimi dieci anni – criminalità, violenza, la mancanza di valori, la distruzione della famiglia, le gravidanze delle adolescenti, la droga, l’Aids. Qualcuno ha detto una frase straordinaria. “Avete notato che i nuovi immigrati non hanno questi problemi? Perché arrivano in questo Paese con le stesse idee e la stessa forza con cui arrivarono i nostri bisnonni”. Essere marginali è come essere nuovi immigrati. Puoi trasformare la marginalità in qualcosa di positivo, invece di viverla come qualcosa di negativo, è una meravigliosa sorgente di forza.

Parliamo spesso della voce delle donne in letteratura, e questa è una prospettiva dalla quale lei scrive con ottimi risultati. Le è stato difficile scrivere con una voce maschile, nel romanzo “Il Piano infinito”?
No. Io ho scritto dal punto di vista di un uomo e con voce maschile anche in “La casa degli spiriti”. Alcune parti del libro sono raccontate da Esteban Trueba. Non l’ho trovato affatto difficile. Per “Il Piano infinito” è stato facile perché avevo mio marito come guida. Poi ho capito che le similitudini sono più numerose delle differenze di genere. In sostanza gli esseri umani sono molto simili, ma noi siamo ingabbiati nelle differenze, invece di mettere in risalto ciò che ci accomuna. Quando mi sono messa nei panni del protagonista maschile, che è ispirato a mio marito, Willie Gordon, sono arrivata a conoscerlo molto meglio che se avessi vissuto con lui per trent’anni.

Questo sembra un buon posto per tornare indietro al nostro mondo degli spiriti, al punto di partenza. Vuole aggiungere alle caratteristiche del mondo spirituale quella di essere privo di distinzioni di sesso?
Probabilmente nel mondo della spiritualità il sesso, come la razza e l’età, non conta. Per tutta la vita sono stata una femminista, in lotta su temi femministi. Quando ero giovane mi battevo in modo aggressivo, ero una guerriera. E ora sto diventando più consapevole di quelle cose essenziali che noi uomini e donne dobbiamo esplorare e che davvero potrebbero unirci. Ma non fraintendetemi: sono una femminista, e molto orgogliosa, anche!

I critici definiscono lo stile della sua scrittura come “realismo magico”. I suoi libri sono scritti tutti secondo questo canone?
Io penso che ogni storia abbia un modo di essere raccontata e che ogni personaggio abbia una voce. E non puoi ripetere sempre la stessa formula. Il realismo magico, presente in maniera preponderante in “La casa degli spiriti”, non esiste nel mio secondo libro “D’amore e ombra”. E questo perché il mio secondo libro era ispirato a un crimine politico avvenuto in Cile dopo l’assassinio di Salvator Allende, e così ha più della cronaca giornalistica. Non c’è realismo magico nel romanzo “Il Piano infinito”, in “Afrodita”, “La figlia della fortuna” o “Ritratto in seppia”, mentre ce n’è molto nel mio romanzo per ragazzi, “La città delle Bestie”. Qualche volta il realismo magico funziona e qualche volta no. D’altra parte, troverete questi elementi nella maggior parte delle letterature in tutto il mondo – non solo in America latina. Li troverete nelle saghe scandinave, nella poesia africana, nella letteratura indiana scritta in inglese, nella letteratura americana opera di minoranze etniche. Scrittori come Salman Rushdie, Toni Morrison, Barbara Kingsolver e Alice Hoffman usano tutti questo stile.
Per un certo periodo negli Usa e in Europa prevalse un approccio logico e pratico alla letteratura, ma non durò molto a lungo. Questo perché la vita è piena di mistero. E il fine della letteratura è quello di esplorare questi misteri. Essa allarga realmente i tuoi orizzonti. Quando permetti ai sogni, alle visioni e alle premonizioni di entrare nella tua vita quotidiana e nel tuo lavoro di scrittore, la realtà sembra davvero espandersi.

Lei proviene da una famiglia insolita. Ci vuol parlare di suo zio, Salvator Allende, e di come abbia influenzato la vostra vita?
Io non penso che lui abbia influenzato la mia vita, finché non è morto, per quanto io avessi sempre avuto una grande ammirazione nei suoi confronti. Quando ci fu il golpe militare in Cile, nel 1973, non fu lui a cambiare le vite di così tanti cileni, ma il golpe. Colpì in modo drammatico metà della popolazione.
Salvator Allende era uno zio in una famiglia estesa. Lo vedevo durante i fine settimana, talvolta durante le vacanze, ma non vivevo con lui.
Dopo il colpo di Stato dei militari, capii che Salvator Allende aveva una dimensione storica. Lo vidi solo dopo aver lasciato il Cile perché, una volta avvenuto il golpe, in Cile il suo nome era bandito. Quando andai in Venezuela, ogni volta che dicevo come mi chiamavo la gente mi chiedeva subito se ero parente di Salvator Allende. Allora capii che uomo era. Era diventato una figura leggendaria, un eroe.

Scriverà mai un libro su Salvator Allende?
No, non credo. Non sono brava nelle biografie e in questo caso non potrei essere obiettiva.

Crede nel destino o nel karma?
Credo nel destino. Credo che ci venga affidata una mano di carte e che dobbiamo giocare il gioco della vita meglio che possiamo. E spesso le carte sono segnate.

Crede che quello che è accaduto a suo zio fosse destino?
Sì. Ma questo non significa che la gente che lo ha ammazzato non sia da condannare. Io credo che i torturatori e gli assassini vadano comunque condannati e che noi dovremmo tentare di fermarli.

Tornerà mai in Cile?
Ci torno ogni anno per andare a trovare mia madre e là mi sento molto a mio agio. Ma non penso che ora potrei vivere lì, specialmente perché ho casa negli Stati Uniti. Mio figlio e i miei nipoti sono qui. E in realtà non mi manca il Cile perché adesso posso andarci ogni volta che voglio.

Lei comincia sempre a scrivere i suoi libri l’8 gennaio. Perché?
L’8 gennaio 1981 ero in Venezuela, dove vivevo, e ricevetti una telefonata: il mio adorato nonno stava morendo. Cominciai a scrivergli una lettera che in seguito diventò il mio primo romanzo, “La casa degli spiriti”. Fu un libro così fortunato, fin dal principio, che mantenni quella data, per gli inizi.

Ci può illustrare il suo cerimoniale di scrittura?
Quel giorno, l’8 gennaio, che per me è una data sacra, arrivo in ufficio la mattina molto presto, da sola. Accendo qualche candela per gli spiriti e le muse. Medito un po’. Ho sempre fiori freschi e incenso. E mi apro completamente all’esperienza che inizia in quel momento. Non so mai esattamente che cosa scriverò. Magari ho finito un libro qualche mese prima e magari ho pianificato qualcosa, ma è già successo due volte che quando mi sono seduta al computer e l’ho acceso, sia venuto fuori qualcosa di diverso. È come se fossi incinta, una gravidanza da elefante, come se ci fosse da molto tempo qualcosa che cresce, e alla fine, quando riesco a rilassarmi completamente e ad aprirmi alla scrittura, allora salta fuori il vero libro. Provo a scrivere la prima frase in stato di trance, come se qualcun altro stesse scrivendo per tramite mio. Quella prima frase di solito determina l’intero libro. È una porta che si apre su un territorio sconosciuto, che devo esplorare con i miei personaggi. E lentamente, man mano che scrivo, la storia sembra dispiegarsi, a dispetto di me stessa. Succede, e basta. Non sono il tipo di scrittrice che può avere una scaletta, parlare con qualcuno di quel che sta scrivendo, o leggere parti del romanzo su cui sta lavorando. Finché la prima stesura non è finita – e quella prima stesura può richiedere mesi, ed è in genere molto lunga – non so di cosa tratti il libro. Molto semplicemente, tutti i giorni mi siedo e riverso la storia. Quando penso che sia finita, la stampo e la leggo per la prima volta. A quel punto so come è la storia e comincio a eliminare tutti gli elementi estranei.

Che consigli può dare ai giovani aspiranti scrittori?
Scrivere è come allenarsi per diventare un atleta. Per gareggiare occorrono molto allenamento e molto lavoro, che nessuno nota. Lo scrittore ha bisogno di scrivere ogni giorno, proprio come l’atleta ha bisogno dell’allenamento. Molto di quel che viene scritto non verrà mai usato, ma è indispensabile fare così.
Dico sempre ai miei giovani studenti di scrivere almeno una buona pagina al giorno. Alla fine dell’anno avranno almeno 360 pagine buone, e quello è già un romanzo. Io non condivido con nessuno il mio lavoro, e quando il dattiloscritto è terminato lo mostro solo a poche persone. Mi fido del mio istinto e non voglio che troppa gente metta le mani nella mia scrittura.

Io ho un manoscritto e mi chiedo se lei possa leggerlo e aiutarmi a pubblicarlo.
Mi dispiace molto, ma non posso leggere manoscritti perché molto semplicemente non ho tempo. E anche perché correrei dei rischi legali. Non sono in grado di far pubblicare manoscritti. Mi piacerebbe avere questo potere!
L’industria editoriale – specialmente negli Stati Uniti – è diventata molto complicata. Per esperienza so che è molto difficile farsi pubblicare, a meno di non essere autori affermati, senza un agente.

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